E' opportuno focalizzare l’attenzione sui Traumi Cranici Encefalici e sulle problematiche residue motorie, ma soprattutto comportamentali e cognitive, che inficiano la ripresa.
Innanzi tutto, sul versante epidemiologico, occorre rilevare come il Trauma Cranio Encefalico sia stimato come la prima causa di morte nella fascia di età compresa tra i 15 e 40 anni, un’epidemia silente che miete più vittime dell’AIDS o dei tumori nella medesima fascia di età.
L’incidenza dei traumi (lievi, moderati, gravi) si aggira intorno ai 200 - 300 casi ogni 100.000 abitanti.
La maggior parte di essi è dovuta ad incidenti stradali, senza sottovalutare però l’incidenza di incidenti domestici, sportivi, sul lavoro o di altre cause ancora.
Ogni anno in Italia 50.000 persone subiscono un trauma cranio - encefalico grave.
Di queste persone, molte sopravvivono, circa 40.000, ed alcuni di essi ritorneranno al loro precedente tipo di vita, mentre altri dovranno adattarsi alla nuova esistenza ed altri ancora dovranno intraprendere un lungo trattamento riabilitativo.
Per trauma cranio - encefalico si intende una lesione cerebrale determinata da un impatto del capo contro un ostacolo fisso; se la forza meccanica di tale impatto supera le forze di coesione delle componenti del tessuto cerebrale, si determina una o più lesioni dell’encefalo.
La compressione, la torsione, e la distorsione del cervello all’interno della teca cranica unite all’impatto, possono provocare sia lesioni focali, che danni diffusi assonali.
Nell’insulto traumatico il danno cerebrale può essere considerato “primario” con lesioni dirette provocate dallo stesso ed dai suoi involucri dall’impatto, ma anche da alterazioni “secondarie” che si sviluppano ad una certa distanza dal trauma, e dovuti, soprattutto a disturbi circolatori e ad ipossia, ipercapnia e ipoglicemia.
In questi casi, si tratta di lesioni talvolta più gravi dei danni provocati dalla stessa forza traumatica, e che dal punto di vista anatomopatologico sono identiche a quelle che si osservano in altra condizioni in cui si ha un grave deficit di apporto di ossigeno all’encefalo, quale shock protratto, arresto cardiaco, soffocamento, avvelenamento da anidride carbonica o grave deficit di apporto di materiali energetici, quale la ipoglicemia protratta.
Il tipo più comune di trauma cranio - encefalico è quello chiuso che si verifica quando la testa urta contro un’altra superficie; in questo caso il cervello subisce una lesione poiché viene sbattuto contro le pareti interne del cranio.
Quando, invece, un oggetto perfora il cranio causando lesioni al cervello, il trauma è definito aperto: può accadere che una parte del cranio si rompa e vada a comprimere il cervello, il quale subisce sia una lesione generalizzata da strappamento, sia una lesione localizzata derivante dalla penetrazione delle ossa craniche.
Si assistono pertanto fenomeni di danno assonale diffuso che coinvolgono l’intera massa encefalica, disturbando pesantemente l’attività trasmettitoriale delle e tra le cellule nervose.
Il percorso del recupero del grave cerebroleso è lunghissimo, e lo possiamo suddividere in tre fasi:
1. fase iniziale preliminare: caratterizzata da coma e stato vegetativo in cui non è possibile rilevare alcun segno di attività cognitiva; l’approccio terapeutico è clinico - farmacologico e stimolazione basale e sensoriale;
2. fase post - acuta iniziale: comparsa di bassa reattività agli stimoli con successiva emergenza di uno stato confusionale, caratterizzato da una forma di amnesia post-traumatica e da prestazioni attentive ridotte, fluttuanti e non selettive;
3. fase post - acuta tardiva: caratterizzata dal miglioramento o dalla risoluzione dell’amnesia post - traumatica che permette il ripristino delle funzioni cognitive e l’acquisizione di minime risorse di autonomia e indipendenza, in previsione di un futuro reinserimento.
Le prime due fasi sono gestite completamente da competenze sanitarie mentre “l’ultima” la fase post – acuta tardiva, ma non per questo la meno importante e rilevante, è affidata alla famiglia e al paziente che lotteranno per continuare a sanitarizzare gli interventi (con cure costosissime molte volte espletate all’estero) non avendo ancora risolto il problema, trascurando la parte dell’effettivo bisogno del paziente.
Lo scopo della nostra struttura: “porsi come prima esperienza in Italia e come Centro pilota per un reinserimento di questa patologia”.