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  Il modello sociale dell’handicap


Occorre precisare che nella gestione del Centro si fa esplicito riferimento al nuovo approccio costituito dal modello medico - sociale introdotto dalla revisione della Classificazione Internazionale delle Menomazioni, Disabilità ed Handicap (ICDH-2, 1998).
In base ad esso l’handicap non è più percepito come uno stato individuale, caratterizzato dalla totalità degli attributi intrinseci dell’individuo; anzi, si sottolinea sempre meglio il ruolo fondamentale dei fattori ambientali facilitanti o limitanti la partecipazione dell’individuo in tutti gli ambiti della vita sociale. Lo stesso termine "handicap" - che pure abbiamo utilizzato e utilizzeremo per brevità - dovrà essere sostituito da quello, non-connotante, di limitazione della partecipazione alla vita sociale.

Riferimento generale è l’ ICF (Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute) e ci si pone l'obiettivo di "rendere operativo il modello sociale dell'handicap": di conseguenza il "contesto in cui vive la persona" (in primo luogo la Comunità) dovrà essere oggetto di una "azione correttiva" per divenire realmente "facilitante la partecipazione alla vita sociale".
Solo in questo modo l'intervento individuale e comunitario avrà la possibilità di esplicarsi nella pienezza delle sue potenzialità restituendo integralmente quel "diritto di cittadinanza" che la condizione di handicap limita fortemente.
L'impiego del sistema diagnostico ICD-10 (compatibile con la valutazione adottata dalla maggior parte delle Unità di Valutazione Handicap) consente una valutazione multidimesionale (medico - psichiatrica, psicologica e sociale): esso costituirà il linguaggio comune adottato dagli operatori per definire, con il maggior grado possibile di attendibilità e riproducibilità, la condizione del paziente in carico non soltanto per quanto attiene gli aspetti neurologici, psichiatrici, cognitivi, ma anche quelli psicosociali e di funzionamento globale.


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